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Così ci beffa l’elettrosmog

CNR – ROMA
Dopo anni di aspre polemiche e di contrasti che hanno interessato anche il mondo scientifico, la questione dell’inquinamento elettromagnetico (impropriamente chiamato elettrosmog) sembra essere sparita dall’attenzione dei media. Nello stesso tempo non sono diminuite le potenziali fonti di inquinamento e, anzi, la diffusione di sorgenti di alta e bassa frequenza è semmai incrementata di numero e di potenza. Come mai questa apparente contraddizione?

Vale la pena ricordare che il nostro pianeta è immerso da sempre in un «fondo elettromagnetico» naturale che, però, è aumentato più di un milione di volte, nelle città moderne, a causa della pervasiva presenza di macchinari elettrici di ogni tipo. Le fonti di emissione a bassa frequenza ad alto voltaggio (sostanzialmente gli elettrodotti) sono aumentate di numero, così come quelle a alta frequenza (diffusori radiotelevisivi, stazioni radiobase per telefonia mobile, ponti radio, sistemi radar), soprattutto nel nostro Paese, che detiene – con oltre 30 milioni di pezzi – il primato continentale per quello che riguarda la diffusione dei telefoni cellulari. Gli effetti biologici sulle membrane cellulari, causati soprattutto dal riscaldamento degli apparecchi (l’«effetto termico»), sono stati più volte individuati e misurati, mentre un convegno a Roma («Campi elettromagnetici e salute: le risposte della scienza, della società e della comunicazione») ha ribadito che non sono altrettanto evidenti le relazioni fra l’esposizione ai campi elettromagnetici e un conseguente danno alla salute, cioè non è ancora chiaro se l’effetto biologico viene compensato naturalmente dagli organismi viventi oppure produce patologie significative.

Il problema è di metodo. Sembra difficile che qualche studio possa asserire la sicura assenza di effetti, cioè la sicurezza totale.
Diverse decine di migliaia di statunitensi e di europei sono stati tenuti sotto controllo e non sono state rilevate correlazioni significative fra mortalità causata da tumori e intensità d’uso del telefono cellulare. Il tempo di osservazione di questi studi è però ancora troppo breve, e nessuno può sapere se in futuro si riveleranno fenomeni come quello dell’amianto, che provoca il mesotelioma polmonare solo dopo 40 anni. Per questa ragione si suggerisce di astenersi dagli eccessi d’uso o di limitare le fonti, in attesa di studi definitivi: se non si è sicuri che un determinato comportamento procuri dei danni, ci si astiene dal tenerlo fino a che non ci sono certezze. Ma se queste non sono possibili?

Due scienziati scandinavi hanno tenuto sotto osservazione soggetti che utilizzassero il telefono cellulare da circa 10 anni. In questi studi le possibilità di ammalarsi di neuroma acustico sarebbero maggiori del 30% e di glioma (tumore maligno) di almeno il 20% rispetto a chi non ne fa uso, specialmente dal lato della testa sul quale si appoggia più frequentemente l’apparecchio. Si tratta in realtà di rivisitazioni che mostravano già le stesse correlazioni nel 2005. Malauguratamente esistono altri studi sul lungo periodo d’uso che non mostrano alcuna correlazione significativa. Uno studio globale chiamato «Interphone» è atteso per il prossimo futuro, così, in attesa di risposte esaustive, si suggeriscono alcuni comportamenti atti a ridurre un rischio che viene nel contempo negato.

Usare, come suggerisce anche il ministero della Salute in Germania, con parsimonia il cellulare, tenendolo lontano dalla testa attraverso un auricolare ed evitando di accostarlo mentre il segnale è basso: è in quei casi che il telefono emette la massima potenza e, dunque, interagisce più facilmente con i sistemi biologici. Invece sembra non si debbano temere le stazioni radio base di telefonia mobile più di altri impianti industriali: è dimostrato che si tratta di fonti prive di rischi significativi e basta comunque tenersi a ragionevole distanza.

Si registra poi un’aggravante: gli eventuali effetti sul lungo periodo non sembrano legati al fattore termico, ma a qualche altra forma di interazione praticamente impossibile da identificare oggi. Nessuno, intanto, neanche i più critici, rinuncia al cellulare: del resto quanti sono coloro che hanno smesso di usare l’auto quando hanno scoperto che di polveri sottili si muore?

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Cervello a rischio tumori con il cellulare

cervelloSTUDIO SVEDESE: «SCORAGGIARNE L’USO AI BAMBINI»
I professori Hardell e Hansson Mild: utilizzare il telefonino per 10 anni fa salire il rischio di ammalarsi

LONDRA (Gran Bretagna) – Usare il cellulare per più di 10 anni aumenterebbe il rischio di ammalarsi di tumore al cervello. Lo sostiene un studio svedese, opera di due eminenti professori – Lennart Hardell dell’Università di Orebro e Kjell Hansson Mild dell’Umea University – che contraddice così le ultime ricerche ufficiali, che negavano un nesso fra i telefonini mobili e il cancro. Stando ai nuovi risultati, invece, le persone che usano il cellulare da un decennio o più, anche solo per un’ora al giorno, hanno il doppio di possibilità di sviluppare un tumore nel lato del cervello dove di solito appoggiano il dispositivo.

INDEPENDENT- «E’ necessaria una grande attenzione nell’uso del telefonino – avvertono gli scienziati nella relazione pubblicata dalla rivista Occupational Enviromental Medicine – e soprattutto i bambini, che sono particolarmente vulnerabili, dovrebbero essere scoraggiati dall’utilizzarlo». A quanto sostiene l’Independent, che ha riportato lo studio, i risultati sarebbero tanto importanti quanto preoccupanti, perché mettono insieme ricerche su persone che hanno usato il cellulare per un tempo abbastanza lungo da poter contrarre la malattia. Finora, infatti, le rassicurazioni ufficiali sulla sicurezza dei cellulari si basavano su ricerche compiute, nella migliore delle ipotesi, su un campione ristretto, ma il cancro impiega almeno 10 anni per svilupparsi, quindi questi studi erano giocoforza parziali.

STUDI PRECEDENTI – Il mese scorso, una ricerca inglese sulla sicurezza dei dispositivi promossa dalla Mobile Telecommunication and Health Research (MTHR) e costata quasi 9 milioni di sterline (circa 13 milioni di euro), era arrivata alla conclusione che i cellulari «non potevano essere associati a danni biologici». Ma il presidente della MTHR, il professor Latrie Challis, aveva ammesso che solo una piccola parte dello studio aveva riguardato gente che usava il cellulare da più di un decennio e aveva annunciato la necessità di nuove ricerche, più complete, per un risultato il più possibile certo. «Non possiamo escludere la possibilità che il cancro possa apparire nel giro di pochi anni – aveva avvertito lo scienziato – perchè la nostra ricerca ha scoperto qualche timido accenno nelle persone che sono state esposte alle radiazioni per oltre un decennio».

RISCHI PER IL CERVELLO – I due luminari svedesi hanno, invece, riunito i risultati di 11 precedenti studi svolti in Svezia, Danimarca, Finlandia, Giappone, Germania, Stati Uniti e Inghilterra, che ribadivano l’aumento del rischio di sviluppare il cancro, soprattutto nel lato di cervello dove la gente è solita appoggiare il telefono. Cinque dei sei studi sui «gliomi», tumori delle cellule che proteggono quelle nervose, avevano confermato il potenziale pericolo, mentre quattro relazioni su cinque avevano rilevato la presenza di neuromi acustici, forme tumorali benigne ma spesso causa di invalidità come la sordità. I due svedesi hanno così raccolto i risultati per analizzarli nel loro complesso e hanno perciò stabilito che le persone che usano il telefonino da un decennio o più hanno il 20% in più di possibilità di contrarre una patologia come il neuroma acustico e il 30% in più di sviluppare un glioma maligno. E il rischio sarebbe ancora più grande dal lato della testa su cui appoggia il cellulare: più che triplicato nel primo caso, addirittura quintuplicato nel secondo. «Queste valutazioni danno un campione esauriente per valutare i rischi di aumento di neuromi e glomi – hanno sottolineato Hardell e Mild – . Non solo. In base a questi risultati, non si possono nemmeno escludere la presenza di altre forme di tumore al cervello».

CORDLESS – Lo studio svedese ha interessato anche i cordless e pure in questo caso si è registrato un aumento di entrambe le patologie. In altre parole, usando un cellulare o un telefono senza fili per 2000 ore – ovvero, meno di un’ora al giorno per 10 anni – vi sarebbe un rischio concreto di ammalarsi. «Penso che sia davvero strano vedere così tante ricerche ufficiali che dicono che non ci sono rischi – ha spiegato il professor Mild al giornale inglese – perché ci sono precise indicazioni sul fatto che qualcosa succede dopo i dieci anni».

Non a caso, il luminare utilizza il cellulare il meno possibile e consiglia di farlo sempre e comunque con i dispositivi vivavoce e di evitare le telefonate chilometriche, preferendo in questo caso gli apparecchi fissi. Grande attenzione poi con i bambini, ai quali i cellulari dovrebbero essere tassativamente proibiti. Il professore riconosce comunque come il numero di radiazioni emesse dai telefoni di ultima generazione sia notevolmente diminuito rispetto al primo dispositivo apparso sul mercato una decina di anni fa, ma la sua raccomandazione è di preferire modelli a bassa radiazione, visto soprattutto il proliferare del Wi-Fi, che emette raggi altrettanto pericolosi, seppur in misura minore rispetto ai telefonini.
PARERI CONTRASTANTI – Stando alla Health Protection Agency inglese, questo studio svedese sarebbe «molto indicativo», pur ammettendo che i risultati «non si possono considerare ancora definitivi», mentre l’associazione degli operatori di telefonia mobile (Mobile Operators Association) rileva come non ci siano nuovi dati certi sui rischi per la salute, ma concorda sul fatto che siano necessari nuovi studi. Nel frattempo, gli scienziati hanno chiesto anche una revisione degli standard di emissione dei telefoni mobili e di altre fonti radioattive che loro stessi descrivono come «inappropriate» e «non sicure».

Simona Marchetti
https://www.corriere.it/salute/07_ottobre_08/marchetti_tumori_rischi.shtml

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Medici viennesi: 10 regole igieniche per l’uso del cellulare

L’irradiamento dei telefonini, rispettivamente: ricettori della telefonia mobile, non è così inoffensivo come gli operatori sempre di nuovo affermano. Per questo motivo l’Associazione medica di Vienna si è assunta le sue
responsabilità ed ha deciso di informare la popolazione austriaca, sulla possibilità di effetti negativi, dal punto di vista medico.

10 REGOLE IGIENICHE PER L’USO DEL TELEFONINO:

  1. telefonare raramente ed il più brevemente possibile! Sarebbe  auspicabile che i bambini e i giovani sotto i 16 anni non utilizzassero del tutto il telefonino
  2. non tenerlo contro l’orecchio durante la ricerca di comunicazione
  3. non telefonare in auto, bus e treno: qui l’irradiamento è molto più potente
  4. tenerlo il più lontano possibile dal corpo durante l’invio di SMS
  5. durante la comunicazione, tenersi a qualche metro di distanza dalle altre persone poichè anch’esse subiscono l’irradiamento
  6. non tenerlo nella tasca dei pantaloni poichè l’irradiamento può avere effetti nefasti sulla fertilità maschile
  7. spegnetelo sempre durante la notte. Non depositarlo in prossimità della testa
  8. non utilizzarlo per i giochi
  9. gli auricolari non sono inoffensivi. Il filo ha un effetto conduttore per l’irradiamento
  10. i collegamenti UMTS provocano un irradiamento ad alto dosaggio
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Le cavie siamo noi

E’ questo il titolo del cortometraggio visibile in rete:

Dopo una breve introduzione sulla scheda epidemiologica concernente gli effetti dei campi elettromagnetici realizzata dai Comitati dei Cittadini Indipendenti di Bologna (riferimento signora Adriana Palleni), predisposta in collaborazione con altre Associazioni di volontariato, fra cui l’Associazione Medici per l’Ambiente, il Movimento Azzurro, l’Associazione Comunicazione e Ambiente, l’Associazione Europea di Volontariato, l’Associazione Diritti Umani Difesa e Ambiente-Tutela della Salute – Bologna, il documentario mette a fuoco un campione esemplificativo di istallazioni di antenne di telefonia mobile e radiotelevisive dal nord al sud dell’Italia.

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SOLIDARIETA’ DELLA RETE NAZIONALE AI CITTADINI DI ROMA NORD

Con cortese preghiera di pubblicazione.

Vittorio Fagioli, Rete Nazionale “No Elettrosmog”

—– Original Message —–

COMUNICATO STAMPA

SOLIDARIETA’ AI CITTADINI DI ROMA NORD E CESANO PER LA VERGOGNOSA SENTENZA SU RADIO VATICANA.
ORA E’ PIU’ CHE MAI NECESSARIO INSERIRE NEL CODICE IL REATO DI ELETTROSMOG !

La Rete Nazionale “No Elettrosmog” esprime piena solidarietà ai cittadini inquinati di Roma Nord e Cesano, colpiti dalla sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma ha assolto i vertici di Radio Vaticana, già condannati in primo grado per “getto pericoloso di cose”.

E’ chiaro che la condanna simbolica a 10 giorni di carcere comminata due anni fa dal Tribunale agli alti prelati non poteva costituire motivo di soddisfazione e di giustizia per la popolazione coinvolta, quanto piuttosto l’affermazione del principio di assimilazione dell’inquinamento elettromagnetico ad una specifica figura di reato penale.

Ora questa equiparazione è stata sconfessata dal collegio giudicante, ma certamente non vengono cancellati il rischio e la preoccupazione di una intera popolazione costantemente esposta a livelli di emissione elettromagnetica abnormi.

Ancor più questa sentenza alimenta l’esigenza irrinunciabile di addivenire ad una vera e propria riforma, che introduca finalmente nel codice penale il reato di inquinamento elettromagnetico.

Il recente disegno di legge del Governo sui reati ambientali non prevede ad oggi (!) il reato di inquinamento elettromagnetico. Prendiamo pertanto atto con soddisfazione che il Capogruppo alla Camera dei Verdi Angelo Bonelli ha ieri dichiarato alla stampa che il suo gruppo presenterà un emendamento in tal senso nel momento che inizierà la discussione della legge alla Camera dei Deputati prevista per il mese di luglio.

E’ con questo auspicio che la Rete Nazionale ha promosso una giornata di mobilitazione contro l’elettrosmog, che si svolgerà venerdì 15 giugno e che vedrà numerosi comitati convergere da tutta la penisola dapprima ad un presidio (di democrazia) sotto il Parlamento, poi ad un convegno organizzato alla Camera, in cui le parole d’ordine sono:

  1. Completamento della legislazione esistente, attraverso la sollecita emanazione dei decreti attuativi della Legge Quadro (36/01);
  2. Riduzione dei livelli di esposizione ai campi elettromagnetici, anche attraverso il rafforzamento delle prerogative degli enti locali nella gestione del fenomeno di crescente diffusione delle reti di infrastrutture per telecomunicazioni;
  3. Tutela dei soggetti elettrosensibili, in relazione al diffondersi delle nuove tecnologie wireless.

Per la Rete Nazionale “No Elettrosmog”

Vittorio Fagioli
Giuseppe Teodoro

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Fondazione Umberto Veronesi e partners; IEO e soci; Galileo 2001

La Fondazione Umberto Veronesi, fondata dal prof. Umberto Veronesi, ha, fra gli altri, i seguenti partners:

  • Telecom Italia
  • H3G
  • Enel

L’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, concepito dal prof. Umberto Veronesi e di cui è direttore scientifico, ha fra i suoi soci:

  • Telecom Italia
  • Edison

Il prof. Veronesi è presidente onorario dell’associazione privata Galileo 2001.

Il prof. Veronesi è perito di parte a favore di Radio Vaticana nel processo indiziario per omicidio plurimo colposo condotto dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma.

Saluti.

Coordinamento dei Comitati di Roma Nord.

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Veronesi: 10 centrali nucleari ed è tutto risolto

Che bello. L’ex ministro della Salute Umberto Veronesi risolve il problema energetico italiano con 10 centrali nucleari.

Il presidente di Galileo 2001 è fortissimo:

  • dopo il Comitato Masera-Boyle-Mertelsmann-Greco istituito ad aprile del 2001 sul caso Radio Vaticana;
  • dopo la sua nomina a consulente di parte a favore di Radio Vaticana nel procedimento penale indiziario per omicidio plurimo colposo del Tribunale di Roma;

ecco che l’ex ministro oncologo propone la sua ricetta.

Peccato che il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, da massimo esperto della materia, gli abbia subito replicato ribadendo la necessità di fare invece ricorso alle energie rinnovabili. Tralasciamo qui di elencare tutti i motivi per cui l’oncologo ex ministro della Salute sta clamorosamente sbagliando.

Meglio così. Almeno abbiamo ancora una conferma con chi abbiamo a che fare.

Saluti.

Coordinamento dei Comitati di Roma Nord.

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LA PROCURA DELLA REPUBBLICA APRE UNA NUOVA INDAGINE

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COMUNICATO STAMPA

ELETTROSMOG/RADIOVATICANA- NUOVI CASI DI LEUCEMIE E LINFOMI A ROMA NORD. NUOVA INDAGINE DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA.

IL COORDINAMENTO DEI COMITATI DI ROMA NORD HA PRESENTATO IN PROCURA LA DOCUMENTAZIONE CLINICA DI DUE ADULTI E DI UN BAMBINO AFFETTI DA MALATTIE EMATO-LINFATICHE RESIDENTI FRA CESANO E L’OLGIATA.

GLI ADULTI COSTITUISCONO DUE NUOVI CASI MENTRE IL CASO DEL BAMBINO ERA GIA’ STATO SEGNALATO AI MAGISTRATI AD APRILE DEL 2006 DAL COORDINAMENTO DEI COMITATI DI ROMA NORD.

LA PROCURA DELLA REPUBBLICA DEL TRIBUNALE DI ROMA APRE UNA NUOVA INDAGINE CHE PER IL MOMENTO E’ CONTRO IGNOTI.

A NOVEMBRE SCORSO ALTRI 2 CASI DI GRAVI MALATTIE EMATOLOGICHE E LINFATICHE: UN EX LAVORATORE DELLA RADIO VATICANA CHE VIVE ALLA STORTA ED UN ALTRO CITTADINO CHE VIVE A CESANO E LAVORA ALL’OLGIATA.

Ad aprile del 2006 il Coordinamento dei Comitati di Roma Nord aveva consegnato alla Procura le cartelle cliniche di 2 casi ed un elenco con altri 8 casi: 9 adulti, di cui 3 deceduti, ed un bambino.

A marzo del 2004 il Coordinamento aveva consegnato ai magistrati un elenco con 11 casi, di cui 10 con documentazione clinica: 8 adulti, di cui 5 deceduti, e 3 bambini, di cui una deceduta.

In totale 25 casi tumori emato-linfatici censiti dal Coordinamento (di cui complessivamente 9 deceduti) compresi negli anni oggetto dell’indagine epidemiologica in corso (1989-2005) stabilita dal Tribunale di Roma nell’ambito del procedimento penale per omicidio plurimo colposo che vede come indiziati alcuni responsabili della Radio Vaticana e del Centro Trasmissioni della Marina Militare.

Quella indagine rischiò di essere annullata alla fine dello scorso anno a causa di una richiesta di archiviazione presentata in Cassazione dalla Radio Vaticana, ma rigettata con la sentenza n. 611 del 16/1/07 dai Giudici della IV Sezione Penale della suprema Corte, considerati i “profili di colpa emergenti” nell’inchiesta.

Questi 25 casi si aggiungono a quelli riscontrati nel corso delle indagini epidemiologiche svolte dal 1999 al 2001 dagli epidemiologi dell’Agenzia di Sanità Pubblica del Lazio, del Dipartimento di Epidemiologia della ASL Roma E e, dal 2001 al 2002, dai periti tecnici della Procura della Repubblica.

Di questi 25 casi soltanto 12, cioè gli 8 adulti deceduti e i 4 bambini, potrebbero rientrare nell’indagine epidemiologica in quanto questa prevede, per gli adulti, soltanto lo studio di mortalità e non quello di incidenza (soggetti in vita + deceduti) per malattie tumorali emato – linfatiche a causa, purtroppo (riferimento: “Studio Marconi”, preparatorio dell’indagine epidemiologica stabilita dal Tribunale di Roma):

  1. della mancanza di un Registro dei Tumori di Popolazione per la zona a rischio;
  2. per la complessità nell’utilizzo, come principale sorgente informativa, di fonti quali le banche-dati amministrative delle schede di dimissioni ospedaliere (SDO) e dell’esenzione dai ticket sanitari.

Coordinamento dei Comitati di Roma Nord

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Il WiFi provoca N.A.S.? La risposta del sig. Pignataro

A proposito di micro e femto celle, WI-FI e WI-MAX.

Io sono ignorante in materia (non troppo però), ma per non sapere né leggere né scrivere, posso dire una cosa che forse farà riflettere un pochino chi afferma che, tutto il mondo coperto da un leggerissimo strato di cacca non puzza… (scusate la durezza).

Grazie ai miei personalissimi sensori da elettrosensibile, meglio di qualunque strumento e teoria della diluizione, posso affermare che, se il mio collega di lavoro, accende un modem WI-FI a 3 stanze di distanza dalla mia, ho mal di testa molto più forte di quello che mi viene in macchina dopo una telefonata con il cellulare appoggiato sul cruscotto ed il viva-voce bluetooth. Stessa cosa posso dire degli access-point WI-FI che il mio datore di lavoro ha pensato bene di installare (4 per ogni piano) nel mio ufficio, e del modem WI-FI di una famiglia che vive nell’appartamento di fronte al mio, dall’altra parte della strada.

Condivido quasi in toto la disamina tecnico-medica degli effetti dei CEM (a parte la frequenza per la fiorentina, forse 70Ghz?), ma non posso condividere le conclusioni.

Non è scritto da nessuna parte che per vivere costantemente connessi, dobbiamo rinunciare al benessere (inteso nel vero senso della parola).

Si è fatto e si continua a fare un abuso delle onde elettromagnetiche, e forse è arrivato il momento di informare correttamente le persone, dei guai che possono derivarne, così come è arrivato sicuramente il momento di ripensare a quello che è indispensabile e quello che le multinazionali ci fanno passare per tale.

Io da sempre sono appassionato di tutto quello che è tecnologico, vivo di tecnologia, ma quando ho la fortuna di avere il cellulare scarico, nonostante le mie preoccupazioni, non succede nulla di irreparabile.

Quando lo riaccendo riprendo tutto da dove l’avevo lasciato, ma nel frattempo ho riassaporato la libertà dei bei tempi andati, di quando la telefonata la facevi dalla cabina, e la TV aveva 3 canali che davano molto più di quanto non possano dare adesso i 500 canali del satellitare (tanto il 90% del tempo è pubblicità più o meno occulta e dell’altro 10%, il 90 % è purissima spazzatura.

Si può vivere benissimo scollegati dalla rete, e collegandosi all’occorrenza.

Quando negli scantinati non c’è copertura, basta portarsi all’aperto per comunicare, o utilizzare i cari bei vecchi cavi della telefonia fissa.

Se ci incontriamo su forum come questo, penso che lo facciamo perché desideriamo risolvere i problemi dell’elettrosmog, non per cambiane la fisionomia.

Ricordate, ‘La cacca, anche in strati sottilissimi puzza’, e poi basta quella che c’è già.

Vito Pignataro

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Il WiFi provoca N.A.S.?

C’è allarmismo sull’elettrosmog? Chi vede nel WiFi o nel WiMax un nuovo rischio ambientale? Quali gli interessi che smuovono montagne e impiantano antenne? La Salute nell’era del Wireless

Roma – Nei giorni passati la stampa mainstream – ma non i blog – ha dato risalto alla notizia che alcuni inglesi – e la stessa cantilena si era già levata anche in USA – sono preoccupati per i danni alla salute che le reti WiFi potrebbero causare nelle scuole; articoli che ancora una volta sembrano urlare: “dio mio i bambini, salvate i bambini!”. E allora io mi sono attivato spolverando alcuni conti che avevo fatto l’anno scorso; ma non per salvare i bambini, piuttosto per salvare noi e quindi il mondo che circonda i bambini: i bambini sono sempre strumenti perfetti per manipolare l’opinione pubblica e chi ne fa questo uso, come l’Indipendent che ha lanciato l’allarme WiFi, dovrebbe essere punito alla stregua di un pedofilo, perché anche se non esercita una violenza sui bambini, alterando la percezione di noi adulti, violenta il mondo che gli costruiamo intorno mentre loro diventano grandi.

Le onde elettromagnetiche fanno male: è vero. Intuitivamente lo sappiamo tutti, ce ne rendiamo conto ogni volta che un pollo dentro al microonde da crudo diventa cotto. Quello che però non sappiamo né noi né gli scienziati, è quanto effettivamente le onde elettromagnetiche facciano male. O meglio, conosciamo i rischi deterministici a breve termine – es: cataratte oculari, ustioni della pelle, riduzione dei globuli bianchi, sterilità – ma non sappiamo determinare accuratamente una soglia garante del fatto che tra 30 anni non incorreremo in rischi stocastici – es: disturbi neuroendocrini, comportamentali, cancerogenesi – causati dall’esposizione prolungata a campi elettromagnetici di piccole entità che non danno risultati negativi immediati e quindi oggi considerati innocui.

E in questa situazione indeterminata dove l’elettromagnetismo è fondamentale per la società e quindi ineliminabile, dovendo comunque decidere tra l’innocuo e il letale il legislatore si è ispirato ad un Principio di Precauzione generale che grossomodo suona così: meno energia elettromagnetica assorbiamo, meno avremo effetti biologici (variazioni morfologiche o funzionali a livello supermolecolare), meno effetti sanitari (malattia) dovremo quindi subire. Semplice, intuitivo, salomonico. E all’interno di questa ottica ha definito più di una soglia: massimi consentiti, valori di cautela, obiettivi di qualità, e tanti altri cavilli dettati dalla necessità oggettiva di limitare le emissioni elettromagnetiche pur non conoscendone la giusta misura.

L’unità di misura utilizzata nella normativa è il volt per metro. Cosa sono questi volt per metro? Semplificando: è uno dei modi possibili per misurare la quantità di energia – quantità di campo elettrico – presente su una superficie posta ad una certa distanza da una antenna; questa quantità di energia è direttamente proporzionale alla potenza (W) di un’onda; quindi a potenze via via più elevate, e ovviamente a parità di condizioni a contorno (distanza tra antenna e strumento di misura, natura dei materiali incontrati dall’onda, etc), rileveremo V/m sempre più elevati.

In realtà questa misura della nocività del solo campo elettrico è estremamente grossolana perché, ad esempio, non tiene conto che con l’aumentare della frequenza (Hz) anche il campo magnetico produce correnti indotte più intense, che la capacità di assorbimento dei tessuti grossomodo aumenta, che nel meccanismo di conduzione delle correnti non viene coinvolto solo il tessuto extracellulare ma l’intera cellula, o ancora che ogni parte del corpo umano ha un SAR -tasso di assorbimento specifico, espresso in W/Kg – che rende gli organi più o meno riscaldabili in funzione della frequenza: ad esempio il cranio presenta una frequenza di risonanza di 350MHz, il collo di 200Mhz, ma se volessimo cuocere un uomo intero come fosse una fiorentina – scottata fuori, rigorosamente al sangue dentro – a parità di potenza forse avremmo risultati migliori a 70Mhz. Perché in Parlamento non usano una unità di misura più cogente mi è tutt’ora incomprensibile: gli piacciamo scottati fuori e al sangue dentro? Oppure non c’è reale volontà di normare l’impatto ambientale degli operatori commerciali dei settori radiotelevisivo e tlc?

La quantità massima di energia consentita tra i 3 e i 3000Mhz – le frequenze su cui operano radio, televisione, cellulari, ricetrasmettitori degli agenti di pubblica sicurezza, il WiFi, etc – è di 6 V/m per permanenze superiori a 4 ore al giorno, e di 20 V/m per permanenze inferiori a 4 ore al giorno.

Osservando una delle tante tabelle che si trovano in rete – vi segnalo questa – possiamo facilmente renderci conto che la nostra normativa è più rigida di quella di molte altre nazioni. Tuttavia la comunità scientifica mondiale da qualche decennio consiglia di passare a soglie più basse (tra lo 0,2 e lo 0,6 V/m); così come alcuni ultras dell’ecologia – i nostri Verdi e alcune associazioni ambientaliste – vorrebbero limiti ancora più bassi (0,02 V/m) come ad esempio normato in alcune amministrazioni australiane; per completezza segnalo anche che il valore massimo del campo elettromagnetico naturale, quello cioè che provoca effetti biologici (non sanitari) fisiologici, è 0,0061 V/m.

Personalmente, pur non potendo né rinunciare alle telecomunicazioni radio né indicare la soglia che vorrei per me e i miei figli, ritengo che il Principio di Precauzione sia estremamente valido e quindi vada onorato cercando di minimizzare le emissioni elettromagnetiche artificiali ogni qual volta intravediamo un modo per farlo. Dal mio punto di vista dunque, le soglie devono essere adeguate non solo quando nuovi studi provano inequivocabilmente che 6 V/m possono provocare malattie, ma anche quando nuove tecnologie meno inquinanti permettono di fare a meno delle vecchie tecnologie da 6-20 V/m mantenendo però al contempo – o, ancora meglio, aumentando – la mia capacità trasmissiva.

Per contestualizzare il WiFi è utile confrontarlo ai cellulari; e in questa ottica dobbiamo prima di tutto fare un distinguo tra stazioni radio base – i ripetitori – a cui si applicano quelle soglie, e i terminali – i nostri cellulari – a cui quelle soglie, per strane alchimie del diritto, non si applicano. Questo in teoria, perché un ripetitore essendo fisso nello spazio e trasmettendo con costanza, irraggia costantemente l’ambiente circostante; i cellulari invece irraggiano limitatamente al tempo in cui si è in conversazione. Ma un moderno cellulare UMTS crea al centro del cranio un campo di circa 60 V/m: va ben oltre la soglia dei 20 V/m prevista per le permanenze inferiori alle 4 ore al giorno! Guarda caso i produttori di cellulari, parlando della salute degli utilizzatori, raccomandano sui manuali dei loro prodotti di usare il cellulare tenendolo a 1 metro di distanza (dove cioè sviluppa 6 V/m): sembrano cioè essere più cauti loro di quanto non lo sia il legislatore italiano con il suo principio di precauzione.

Il WiFi, per lo meno nella sua variante più diffusa, opera a frequenze analoghe a quelle dei telefoni cellulari quindi il livello di pericolosità dipendente dalla sola frequenza è analogo; ma impiega potenze nettamente inferiori ai cellulari! Se infatti un ponte radio cellulare di una cella di medie dimensioni, le più diffuse dopo 2 decenni di sviluppo della rete cellulare, impiega decine di watt – ma le macrocelle che coprono territori più ampi arrivano anche a 10.000 Watt, 10 milioni di mW – e un cellulare UMTS impiega 1 watt – 1000 mW, i vecchi GSM arrivavano invece al doppio di un moderno terminale UMTS – gli apparati WiFi tutti non possono impiegare più di 40-60 mW senza superare il limite di legge fissato in tutta Europa a 100mW EIRP (potenza del trasmettitore moltiplicata dall’antenna e misurata a 1 metro da questa). È quindi chiaro che dal punto di vista quantitativo un apparato WiFi inquina meno di un cellulare: un apparato WiFi genera al massimo 1,7 V/m, contro i 6 V/m di un cellulare moderno; sempre ad un metro dall’antenna.

L’idea cioè che il WiFi ci possa far stramazzare a terra con attacchi epilettici causati da una qualche sindrome da attenuazione nervosa – N.A.S., popolarmente detta “black shakes” – è pura fantascienza cyberpunk. Mi sembra dunque importante rilevare come, se proprio vogliamo finalmente preoccuparci dell’elettrosmog, dobbiamo eliminare in fretta i cellulari GSM e loro evoluzioni (UMTS, HSDPA, etc) per sostituirli con il WiFi, il WiMax e quant’altro inquini di meno del GSM.

Ragionando sempre in termini di elettrosmog e relativa pericolosità sulla salute, ci sono dei risultati empirici che sollevano sempre più dubbi: perché le leucemie infantili, l’eletrosensibilità che fa bruciare la pelle e i disturbi all’apparato immunitario aumentano proprio nelle zone a ridosso dei ripetitori radio?

Dando uno sguardo all’architettura scopriamo che nella filosofia progettuale standard i ponti radio, indipendentemente dalla tecnologia radio usata, possono solo aumentare: quando il traffico cresce e occorre quindi più capacità trasmissiva, la tecnologia prevede un frazionamento della cella esagonale satura in un numero adeguato di celle esagonali più piccole (microcelle), ognuna servita da nuovi trasmettitori sparsi su quello stesso territorio che prima era servito dalla macrocella; questi, dovendo coprire distanze inferiori, opereranno a potenze più basse. Ragionando dunque nell’ottica di minimizzare l’impatto sulla salute, e considerando in questo caso i soli attributi architetturali di una rete wireless geografica, l’optimum sarebbe che ci fosse un trasmettitore a bassissima potenza sul tetto di ogni abitazione – celle puntiformi – in modo da non concentrare alti contenuti energetici nelle zone dove vengono oggi posizionati i ripetitori radio; in questo modo, spalmando l’energia omogeneamente sul territorio, in nessun punto di questo ci sarebbero livelli energetici tali da superare le capacità di termoregolazione degli esseri viventi. 

Questo ad esempio eviterebbe i casi come quello di una scuola romana dove, una volta misurate le radiazioni generate dai vicini ripetitori, si è pensato bene di spostare su base oraria i ragazzi per non esporli troppo alle radiazioni che eccedevano i limiti di legge. Non potendomi soffermare ulteriormente invito i lettori ad approfondire questa storia e spiegarmi per quale motivo i bambini dovevano essere rosolati quotidianamente a fuoco lento, spostati di tanto in tanto per non essere bruciati, ma gli operatori – forse dei comunisti raffinati: mangia bambini solo se cotti – non potevano spostare i ripetitori.

Tornando al problema del WiFi nelle scuole: se dentro ad una scuola, ma anche fuori, sostituissimo i cellulari dei ragazzi – ma anche le radio, le televisioni e tante altre tecnologie obsolete – con terminali WiFi o WiMax che costituissero, insieme agli apparati fissi e senza ripetitori, una sola rete, doneremmo loro (e a noi) degli ambienti certamente più salutari.

Dunque, anche ragionando dal punto di vista della salute, il wireless dovrebbe essere: wifi/wimax (non GSM/UMTS/HSDPA/DTT/etc), a maglia (ie: non centralizzato, celle puntiformi o picocelle), e confluire in una unica rete strutturale – per evitare di mettere più trasmettitori, come ad esempio suggerisce il Partito Pirata – di cui gli utilizzatori si dividono la capacità trasmissiva.

Requisito fondamentale per procedere nella direzione più salutare? L’Open Spectrum – Wireless Commons – e andando nel concreto, la petizione di Andrea Rodriguez sul sito wimaxlibero.org. Contribuite con le firme e parlandone sui vostri blog, perché politici, industria TLC e media mainstream – spesso emanazioni finanziarie della politica e della filiera TLC – non hanno premura alcuna per la vostra salute, mentre le case farmaceutiche si sfregano le mani e qualche giornalista ignorante abusa dei bambini.

Eureka, stavo per dimenticare di spiegare il titolo dell’articolo a chi non conosce il cyberpunk: indovinate cosa causava la N.A.S. in Johnny Mnemonic? Il degrado sociale, responsabili i politici e una casa farmaceutica che si serviva della mafia per nascondere le cure e continuare così a vendere i propri farmaci esclusivamente lenitivi, aveva portato ad un eccessivo livello di inquinamento elettromagnetico che stava decimando la popolazione. Sapere aude gente e la coda lunga, se voi volete essere cittadini, imperat.

Michele Favara Pedarsi

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