Così ci beffa l’elettrosmog
CNR – ROMA
Dopo anni di aspre polemiche e di contrasti che hanno interessato anche il mondo scientifico, la questione dell’inquinamento elettromagnetico (impropriamente chiamato elettrosmog) sembra essere sparita dall’attenzione dei media. Nello stesso tempo non sono diminuite le potenziali fonti di inquinamento e, anzi, la diffusione di sorgenti di alta e bassa frequenza è semmai incrementata di numero e di potenza. Come mai questa apparente contraddizione?
Vale la pena ricordare che il nostro pianeta è immerso da sempre in un «fondo elettromagnetico» naturale che, però, è aumentato più di un milione di volte, nelle città moderne, a causa della pervasiva presenza di macchinari elettrici di ogni tipo. Le fonti di emissione a bassa frequenza ad alto voltaggio (sostanzialmente gli elettrodotti) sono aumentate di numero, così come quelle a alta frequenza (diffusori radiotelevisivi, stazioni radiobase per telefonia mobile, ponti radio, sistemi radar), soprattutto nel nostro Paese, che detiene – con oltre 30 milioni di pezzi – il primato continentale per quello che riguarda la diffusione dei telefoni cellulari. Gli effetti biologici sulle membrane cellulari, causati soprattutto dal riscaldamento degli apparecchi (l’«effetto termico»), sono stati più volte individuati e misurati, mentre un convegno a Roma («Campi elettromagnetici e salute: le risposte della scienza, della società e della comunicazione»
Il problema è di metodo. Sembra difficile che qualche studio possa asserire la sicura assenza di effetti, cioè la sicurezza totale.
Diverse decine di migliaia di statunitensi e di europei sono stati tenuti sotto controllo e non sono state rilevate correlazioni significative fra mortalità causata da tumori e intensità d’uso del telefono cellulare. Il tempo di osservazione di questi studi è però ancora troppo breve, e nessuno può sapere se in futuro si riveleranno fenomeni come quello dell’amianto, che provoca il mesotelioma polmonare solo dopo 40 anni. Per questa ragione si suggerisce di astenersi dagli eccessi d’uso o di limitare le fonti, in attesa di studi definitivi: se non si è sicuri che un determinato comportamento procuri dei danni, ci si astiene dal tenerlo fino a che non ci sono certezze. Ma se queste non sono possibili?
Due scienziati scandinavi hanno tenuto sotto osservazione soggetti che utilizzassero il telefono cellulare da circa 10 anni. In questi studi le possibilità di ammalarsi di neuroma acustico sarebbero maggiori del 30% e di glioma (tumore maligno) di almeno il 20% rispetto a chi non ne fa uso, specialmente dal lato della testa sul quale si appoggia più frequentemente l’apparecchio. Si tratta in realtà di rivisitazioni che mostravano già le stesse correlazioni nel 2005. Malauguratamente esistono altri studi sul lungo periodo d’uso che non mostrano alcuna correlazione significativa. Uno studio globale chiamato «Interphone» è atteso per il prossimo futuro, così, in attesa di risposte esaustive, si suggeriscono alcuni comportamenti atti a ridurre un rischio che viene nel contempo negato.
Usare, come suggerisce anche il ministero della Salute in Germania, con parsimonia il cellulare, tenendolo lontano dalla testa attraverso un auricolare ed evitando di accostarlo mentre il segnale è basso: è in quei casi che il telefono emette la massima potenza e, dunque, interagisce più facilmente con i sistemi biologici. Invece sembra non si debbano temere le stazioni radio base di telefonia mobile più di altri impianti industriali: è dimostrato che si tratta di fonti prive di rischi significativi e basta comunque tenersi a ragionevole distanza.
Si registra poi un’aggravante: gli eventuali effetti sul lungo periodo non sembrano legati al fattore termico, ma a qualche altra forma di interazione praticamente impossibile da identificare oggi. Nessuno, intanto, neanche i più critici, rinuncia al cellulare: del resto quanti sono coloro che hanno smesso di usare l’auto quando hanno scoperto che di polveri sottili si muore?